Devetag Cesare (1917- 2006)
Cesare Devetag

Cesare Devetag nacque a Milano nel 1917 e visse fin dall’ infanzia a Gorizia: laureato in giurisprudenza a Trieste, partecipò alla guerra di Grecia con gli alpini della “Julia”.
Avvocato, è stato anche un importrante uomo politico in ambito regionale e nell’ultimo periodo della sua vita risiedeva a Cormòns, in provincia di Gorizia. Visse con intensità gli ambienti culturali giuliano e friulano, in costante contatto con il mondo artistico austriaco e slavo del quale Gorizia coltiva ancora i profondi afflati e la dialettica negli annuali incontri culturali mitteleuropei del Castello Veneto e di Palazzo Attems. Si è dedicato in prevalenza all’acquarello ed alla tempera, iniziatovi dal padre, Luigi. Fece parte di quello stuolo di studiosi e di artisti che, nell’immediato dopoguerra, fatto circolo a Gorizia, si erano irradiati verso tutte le latitudini: artisti come Brass, Spazzapan, Pilon, Bucich, Bolaffio, Del Neri, e più avanti, Melius, Crali, fino ai più giovani Cenisi, Altieri e Mocchiutti.
Rare le sue apparizioni in pubblico, anche se dipinge, ancora oggi, con costanza ed entusiasmo. Ha esposto a Gorizia, Cormòns, Udine, Trieste, Milano, Monfalcone, Bari, Villaco (Austria), Nova Gorica (Slovenia), Roma, Grado, Firenze, Verona. Sue opere si trovano nel museo di Gorizia e presso Enti Pubblici nella Venezia Giulia, in Slovenia ed in Austria. Svariati i suoi dipinti appartengono a collezioni private nel Friuli – Venezia Giulia, a Roma, a Milano, a Venezia, a Vienna e in altre città europee. E’ morto a Gorizia nel 2006.

Ha scritto di lui Giuseppe Zigaina
Mi accorgo solo adesso, scrivendo di lui che Cesare Devetag, il Devetag che conosco da molti anni e che incontro sempre con molta simpatia, riconduce a una doppia immagine: il pittore e il politico. Anche a tentare di sovrapporle, queste immagini, dopo un pò, riprendono la loro autonomia, sorridente realtà. Ci vuole caparbietà e anche una oscura incapacità a decidersi per portare avanti questi due discorsi. Così antipatici l’uno all’altro. Lo confessa lo stesso Devetag, con i suoi occhi trasparenti (clamorosamente impropri in un politico impegnato). “Un artista” – egli dice – “per modesto che sia, è prima di tutto un uomo libero nel senso più lato della parola: è solitamente anticonformista, contrario alla routine, al padrone, al sistema”. La mitezza e, appunto, la sorridente e vera “signorilità” del Devetag gli hanno forse impedito di fare, negli anni entusiasmanti del primo dopoguerra, la scelta “sventata della pittura”. In quegli anni la vita artistica – culturale di Gorizia era quanto di più struggente uno possa ricordare: il paterno, fanatico amore per gli artisti dei primi sindaci illuminati, la squattrinata amicizia tra pittori udinesi e goriziani, consolidata nella scoperta del tocai, oltre che nelle mostre a Palazzo Attems (il museo che resta nella memoria come la cucina nieviana piena di ombre misteriose e di incredibili personaggi notturni) la rustica bohème...Ma il Devetag di quegli anni non lo ricordo. Eppure già nel 1942 aveva esposto con Maini, Cesini, Giannandrea, la Orzan. Probabilmente, con gli studi del diritto, si sarà iniziato in lui lo sdoppiamento...Certo che, da come dipinge, Cesare Devetag (la cui naturalità di pittore è evidentissima) se non ha trascurato la sua attività di politico, ha portato avanti senza incertezze (come appunto una sua seconda natura) la sua giovanile passione. Senza incertezze e – sono sue parole - con “una tremenda fretta di realizzare certe idee”. Per cui anche se il modo di riassumere figure e personaggi – oltre che confermare la sua “confessione” – può far pensare a una bravura esibita senza complessi, essa è certamente inscritta in una certa pittura isontina di cui Spazzapan può essere stato il capostipite. Ed è commovente cogliere la sua furente, insaziabile voglia di dipingere tutto ciò che vede. “Voglio esprimere” – dice ancora il Devetag – “la gioia che la vita può dare agli uomini sol che sappiano vivere ed aprezzare tutto quel che l’universo ci elargisce”. È innocenza questa? O un fiato residuo di quella eterna saggezza? Oppure una delle due “immagini” costituisce comunque per lui, “innocente”, una riserva d’identità?
GIUSEPPE ZIGAINA